Cenni
storici

Situato
all'ombra della grande morena pleistocenica della Serra il giacimento
aurifero della Bessa era ai margini di una via di comunicazione che
dalla fine del Neolitico collegava la Pianura Padana con la valle del
Rodano e con l'altopiano Elvetico attraverso il passo del Gran San
Bernardo. Testimonianze evidenti dell'esistenza di questa "via" sono le steli antropomorfe che arrivarono
nel
corso del III millennio a.C. al seguito di correnti
culturali provenienti dall'oriente Mediterraneo e dal Mar Nero lungo
itinerari di
penetrazione
che in buona parte sembrano coincidere con il cammino dei miti di
Giasone e di
Eracle (Mezzena 1998).
Le ritroviamo dapprima nella fascia
pedemontana poi in Valle d'Aosta e, oltre il passo alpino, nel
cantone Vallese in Svizzera. Nella necropoli megalitica di Saint Martin de
Corleans
(Aosta) abbiamo, con una magnifica serie di steli, una
prova della fondatezza dell'associazione di
queste
culture al mito di Giasone, dato che il rito preliminare per il loro impianto
é consistito nell'aratura del terreno e nella semina di
denti umani uguale quindi a quello che celebrarono gli Argonauti prima
di partire
alla conquista
del Vello d'Oro. Un probabile percorso risalì la Dora Baltea
(testimoniato
dalle steli di Vestigné) e passò a breve distanza dalla
Bessa, possiamo quindi
ragionevolmente pensare che questi "cercatori di metalli" (il Vello
d'Oro altro non è che la pelle di animale attraverso la quale
venivano filtrate
le sabbie aurifere) abbiano avuto la possibilità di venire a
conoscenza dell'esistenza di questo
esteso e
ricco giacimento di superficie e delle sabbie aurifere dei corsi
d'acqua che lo delimitavano.
Non
vi sono tuttavia,al momento, testimonianze dirette che indichino con
certezza uno sfruttamento
protostorico del giacimento aurifero, ma il ritrovamento di due nuclei di ossidiana e la presenza
di numerosi
massi erratici con incisioni a "coppella" (alcune tipologie appaiono
collocabili nelll'età del Rame/Bronzo Antico) attestano
una intensa frequentazione protostorica dell’area che, a partire dal
V/IV sec.
a.C., era controllata dalla tribù celtica (o celto-ligure) dei
Salassi, insieme al territorio
biellese
parte dell’attuale provincia di Torino e alla Valle d’Aosta.
Dagli
storici Cassio Dione (155 - 235 d.C. ca) (1),
Paolo Orosio (fine IV - inizio V sec. d.C.) (2) e dal geografo
greco Strabone
(64 a.C. - 21 d.C. ca) (3) abbiamo
una serie di significative notizie sul giacimento della Bessa che
brevemente riassumiamo (testi originali alle note 1/3). Nel 143 a.C. il
console Romano Appio Claudio attaccò i
Salassi prendendo
a pretesto una contesa tra questi e
le popolazioni insediate nella pianura (in cui i primi venivano
accusati di
privare i campi coltivati dell' acqua del fiume Duria, utilizzata per il
lavaggio delle sabbie di un grande giacimento aurifero). Malgrado una
disastrosa sconfitta iniziale, Appio Claudio si
impadronì del
territorio oggetto del contendere. Ritornato a Roma chiese al senato il
"trionfo" ma gli fu rifiutato a causa dell'elevato numero di perdite.
Appio Claudio se lo autoconcesse pagando di propria tasca le spese, ma
la
parata rischiò di finire in rissa e per evitare di essere
assalito da alcuni
tribuni il console fece salire sul proprio carro la sorella vestale per
beneficiare della sua inviolabilità. Appio Claudio che
apparteneva ad una dinastia che oltre a tramandarsi il nome si
tramandava anche il consolato era suocero di Tiberio Gracco uno dei
famosi “gioielli” di Cornelia, figlia di Scipione Africano vincitore
della battaglia di Zama.
L'identificazione
del suddetto giacimento con la Bessa (o più probabilmente con le sabbie fortemente aurifere dei corsi d'acqua circostanti)
non è certa, ma molto verosimile dato che doveva trattarsi di
entità di
grandi dimensioni. Si deve pensare che Strabone citando
la Duria
non si riferisse all'attuale fiume Dora che scende dalla Valle d'Aosta
ed
é separato
dalla Bessa dalla grande morena della Serra, ma lo utilizzasse come
idronimo
dato che non esistevano nella regione altri giacimenti di consistenza
tale da
giustificare una, sia pur pretestuosa, disputa sull'acqua. Si deve
ricordare a
questo proposito che in Valle d'Aosta esistono numerose Dore (Savarenche, Rheme
ecc.),
in Piemonte la Dora Riparia, in Savoia e Vallese sono comuni le Doire,
Doron
,Drance e Duria era l'antico nome del fiume Duero. Il testo di Strabone evidenzia anche che i Salassi controllavano le sorgenti del corso d'acqua e quindi evidentemente erano in grado di controllarne anche il flusso, cosa assolutamente impossibile se si fosse trattato della Dora Baltea. Anche a sud del lago di Viverone, in comune di Mazzè, dove la Dora esce dall'anfiteatro morenico di Ivrea
vi è una zona di sfruttamento aurifero di modeste dimensioni che in parte si adatterebbe alla descrizione di Strabone. In questa zona si potevano effettivamente utilizzare le acque della Dora Baltea, ma l'ampiezza del cantiere non è compatibile con
l'impoverimento della portata del corso d'acqua e con il controllo delle sorgenti. L’ipotesi più attendibile e maggiormente in linea con il testo di Strabone (suddivisione del corso d’acqua in canaletti) indirizza verso una estrazione dell’oro contenuto nell’alveo dei torrenti che delimitavano il giacimento alluvionale (gli attuali Elvo, Viona e Olobbia), i quali, ancora oggi, contengono buone quantità di metallo in pagliuzze.
Il
140 a.C. è quindi il termine post
quem
i
pubblicani romani poterono avere in appalto la miniera d'oro.
Questa era di proprietà dello Stato ed un Procurator metallorum era
posto a capo dell'amministrazione. Il testo di Strabone conferma anche
che il
metallo era già estratto dai Salassi (gli Ictimuli citati da
Plinio erano probabilmente Salassi che avevano come centro di
riferimento il villaggio omonimo), evidentemente su scala non
semplicemente
artigianale. Da Plinio (23 - 79 d.C.) abbiamo invece la prova della
dimensione
del cantiere poiché, a proposito della Bessa, cita una lex censoria
(4) che,
probabilmente per problemi di ordine pubblico, vietava l'utilizzo nelle
aurifodinae
di più di 5000 lavoratori, ciò significa che vi furono
periodi in cui il loro numero dovette essere maggiore. E' probabile che
questo numero non si riferisse ai soli addetti ai lavori minerari ma al
totale dei lavoratori impiegati compresi quindi quelli coinvolti nelle
attività che oggi sarebbero chiamate: "l'indotto".
L'apertura dei cantieri provocò certamente una imponente
rilocazione di popolazioni di etnia salassa verso l'area della Bessa e
una modifica alla loro struttura sociale ed economica (l'approvvigionamento in viveri e materiali doveva rappresentare un importante problema)
dato che si ritiene che la mano d'opera fosse costituita
da comunità di "dedicti"
che,
dopo la sconfitta, pagavano
tributo a Roma con il lavoro. Inoltre in prossimità della
miniera doveva essere necessaria la presenza dell'esercito dato che si
trattava di zona di confine con popolazioni che furono totalmente
sottomesse solo sotto Augusto.
Il
periodo di sfruttamento della Bessa è stato uno dei
più turbolenti nella storia della Repubblica. Viene
immediatamente dopo la caduta di Cartagine ad opera di Scipione
Emiliano poi ucciso da Caio Gracco, l’altro “gioiello” di Cornelia. In
seguito arrivarono le invasioni dei Cimbri che furono sconfitti da
Mario nei pressi di Vercelli nel 101 a.C. e le lotte tra lo stesso
Mario e Silla. E’ probabile che l’oro della Bessa sia servito a
finanziare i vari contendenti fino alla presa del potere da parte di
Cesare, che era scampato alle liste di proscrizione (eliminazione
fisica) emesse da Silla.
Non
è nota la durata del periodo di sfruttamento (probabilmente un
centinaio di anni) sappiamo
però
che all’epoca in cui scriveva Strabone le miniere erano già
state abbandonate
(o esaurite) e l’oro di Roma proveniva ormai
in massima parte
dall’Iberia e dalla Gallia.
Amministrativamente
la miniera dipese nella fase iniziale da Vercelli poi, in seguito alla
deduzione di Eporedia (Ivrea) nel 100 a.C., passò, secondo una
tesi recente,
sotto
questa. Lo testimonierebbero indirettamente alcune lapidi ed iscrizioni
di
cittadini
eporediesi, rinvenute ai margini della Bessa (fraz. Riviera di Zubiena)
e sul
sito di S.Secondo di Salussola, da alcuni ritenuta l'antica Victimula.
La
lapide di Riviera è relativa ad un sacerdote di Augusto,
l’iscrizione di
S.Secondo ricorda la donazione di un ponderarium (struttura
in cui
venivano conservati pesi e misure) da parte di un magistrato. A questo
proposito si deve però constatare che le iscrizioni sono di età alto imperiale, che sia Strabone che Plinio,
attivi in epoca posteriore alla chiusura della miniera, la
collocano vicino
a, o nell'ager
di Vercelli senza menzionare Eporedia. L’identificazione della Ictimuli/Victimulae,
citata dagli storici, con il centro direzionale delle aurifodinae
non
è stata fino ad ora confermata, dato che la datazione dei
reperti e delle
strutture indagate a S.Secondo non è antecedente l’età Imperiale e
nessuna
necropoli contemporanea
al periodo di “coltivazione” é per ora venuta alla luce. Un vicus a nome Ictimuli o Victimula è sicuramente esistito dato che oltre Strabone anche l'Anonimo Ravennate (VII sec.) la cita
situandola vicina all'attuale Ivrea (5).
La
ricerca dell’oro continuò anche nei secoli successivi e
prosegue ancora attualmente a livello amatoriale ad
iniziativa di singoli e
limitata alle
sabbie provenienti dal rimaneggiamento dei depositi delle morene
ad opera dei torrenti.
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1.
“(Appio) Claudio, il collega di
Metello al consolato, orgoglioso di nascita, e geloso di Metello,
ottenne dalla sorte di governare l'Italia, ma non avendo alcun nemico,
e desiderando assolutamente ottenere una brillante vittoria; spinse la
tribù gallica dei Salassi - che non aveva ragioni di conflitto –
a entrare in guerra contro i Romani. Inviò loro qualcuno per
mettere pace, disse, tra di loro e loro vicini, poiché non vi
era accordo circa l'acqua necessaria alle miniere d'oro; e fece delle
incursioni attraverso tutto il loro paese.”
2. “Appio
Claudio attaccò il Galli Salassi e nella sua disfatta perse
cinque mila soldati, dopo aver nuovamente dato battaglia uccise cinque
mila nemici ma benchè avesse chiesto il trionfo, che la legge
prevedeva per chi avesse ucciso cinque mila nemici, non lo ottenne a
causa delle maggiori perdite subite, egli diede prova di una impudenza
e di una ambizione incredibile trionfando a proprie spese”
3. "
Il paese dei Salassi ha pure delle
miniere, di cui un tempo, quando ancora erano potenti, i Salassi erano
padroni, cosi come erano padroni dei valichi alpini. Nella produzione
mineraria era loro di grande aiuto il fiume Duria per il lavaggio
dell’oro; perciò in molti punti, dividendo l’acqua in canaletti,
svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per la
produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivano le
pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione…. Per questo
motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni."
"
Dopo la vittoria dei Romani, i
Salassi furono cacciati dalle miniere e dal territorio circostante, ma
perché continuavano ad occupare i monti, fino a poco fa
vendevano l’acqua ai pubblicani che avevano appaltato i lavori delle
miniere d’oro e vi erano continue liti coi Salassi per la cupidigia dei
pubblicani ."
" Quanto
allo sfruttamento delle miniere, oggi non avviene più come
prima, perché quelle dei Celti transalpini e parimenti quelle
dell’Iberia sono più proficue. Una volta invece, quando anche a
Vercelli c’era una miniera d’oro, era in vigore tale sfruttamento.
Vercelli è un villaggio vicino a Ictimuli che pure è un
villaggio: entrambi sono vicini a Piacenza ."
4. "Extat lex censoria ictimulorum aurifodinae in Vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus quinque milia hominum in opere publicani haberent ."
5. "
Iuxta Eporedia non longe ab Alpes est villa quae dicitur Victimula."
Roma
nel 143 a.C.
